La nuova Ambasciata di Svizzera presso la Santa Sede con residenza a Roma, istituita lo scorso 1° ottobre 2021 con decisione del Consiglio federale, quale segno della volontà di rafforzare le relazioni diplomatiche fra i due Stati ed inaugurata il 6 maggio 2022 dal presidente della Confederazione Ignazio Cassis è ora pienamente operativa. La sua sede è a Roma in Piazza del Popolo 18, Ufficio 207.
La nuova rappresentanza svizzera è stata inaugurata lo stessa giorno della cerimonia del Giuramento delle nuove guardie svizzere che corrisponde alla ricorrenza del Sacco di Roma del 6 maggio 1527. Durante questo evento storico, i mercenari di Carlo V saccheggiarono Roma e uccisero 147 delle 189 guardie che proteggevano il papa.
Il primo ambasciatore residente è Denis Knobel, già ambasciatore straordinario e plenipotenziario presso la Repubblica di Slovenia e la Santa Sede, con residenza a Lubiana. I “Patti Lateranensi” impongono che l’Ambasciata di Svizzera in Italia con residenza a Roma, non può essere responsabile delle relazioni con l’Italia ed il Vaticano allo stesso tempo.
Le relazioni diplomatiche tra Confederazione e Vaticano hanno radici molto antiche. Dopo la Francia, la Santa Sede è stato il secondo Stato straniero a istituire una rappresentanza diplomatica permanente nel territorio della Confederazione. La presenza di un nunzio apostolico a Lucerna fin dal 1586 ha avuto un ruolo importante nel consolidamento del cattolicesimo in Svizzera nel XVI e XVII secolo. Inizialmente, il Nunzio era accreditato presso i Cantoni cattolici, prima di essere nominato per l’intera Confederazione nel 1803.
Salvo una temporanea interruzione dei rapporti diplomatici durante la Repubblica elvetica, tra il 1798 e il 1803, la nunziatura ha sempre svolto la sua attività diplomatica in Svizzera anche dopo la Rivoluzione francese. Il Nunzio è ora accreditato presso la Confederazione e non più solo presso i cantoni cattolici. Tuttavia, nel 1873 il “Kulturkampf” (lotta culturale) e la pubblicazione dell’Enciclica “Etsi Multa” del Sommo Pontefice Pio IX, che criticava aspramente la politica di cantoni e Confederazione verso la chiesa cattolica, nel dicembre 1873 portò il governo svizzero alla rottura delle relazioni diplomatiche tra la Svizzera e la Santa Sede, riallacciate solo più tardi, nel 1920. Sul periodo è stato appena presentato presso l’Istituto Svizzero di Roma il libro “il Papa e il Consiglio Federale”.
Confederazione e Santa Sede intrattengono rapporti storici. Uno dei legami più speciali e di maggiore visibilità è rappresentato dalla Guardia svizzera pontificia, fondata nel 1506 da Papa Giulio II.
Nell’immediato dopoguerra l’ipotesi di nominare un rappresentante diplomatico in Vaticano è scartata per evitare “lotte confessionali in alcune zone del paese” e perché “complicherebbe il problema delle relazioni Svizzera – URSS”.
L’unilateralità delle relazioni diplomatiche è rigorosamente rispettata anche durante e dopo la Seconda guerra mondiale. È solo con il clima di distensione ecumenica inaugurato dal Concilio Vaticano II all’inizio degli anni Sessanta che la Svizzera comincia a riconsiderare la propria posizione.
La grande strategia diplomatica del pontificato di Giovanni Paolo II finirà per spingere anche la Svizzera a pensare concretamente dal 1987 la possibilità di una “normalizzazione graduale”.
Il “caso Haas”, all’inizio degli anni Novanta, smuoveva definitivamente le acque dei rapporti tra Berna e Città del Vaticano. Le polemiche e le discussioni sorte attorno alla nomina dell’ultraconservatore Wolfgang Haas alla testa della diocesi di Coira hanno contribuito a rendere consapevoli le autorità federali della necessità di avere un rappresentante diplomatico in Vaticano.